Ho capito che stavo esagerando quando ho detto “mi stai deludendo” a una stampante e poche ore dopo alla friggitrice ad aria. Non era la prima volta e in realtà lo faccio spesso. Mi arrabbio con device che non sanno niente di me, e che comunque reagiscono meglio di tante persone. E mentre io sbuffo, loro mantengono una gentilezza ostinata che a volte sembra quasi una presa in giro. È curioso come tutto questo funzioni.
Basta un problema minuscolo — una mail che non parte, un programma che si chiude, un navigatore che confonde destra con sinistra — e subito ci trasformiamo in versioni peggiori di noi stessi. Come se il mondo dovesse rispondere ai nostri comandi con la precisione di un maggiordomo inglese e la velocità di un adolescente caffeinato.
La parte divertente, però, arriva quando ci accorgiamo che mentre noi ci stiamo innervosendo, gli strumenti rispondono con una calma che rasenta il sospetto. Il navigatore sbaglia? “Ricalcolo”. Alexa non capisce? “Riproviamo insieme”. Il computer si blocca nel momento meno opportuno? “Attendere prego”. Un self-control così disarmante che quasi ti viene voglia di provocarlo apposta, solo per vedere se è umano.
E poi c’è il capitolo più moderno, quello delle chat, dove un messaggio visualizzato e ignorato scatena fantasie degne di un film. Vedi la doppia spunta e immediatamente parti con le ipotesi: sarà offesa, sarà stanco, sarà confusa, sarà morto. Mai una volta che ti sfiori l’idea più semplice, dove magari sto cucinando, mi sto depilando o molto più banalmente sto pensando ad altro senza un piano di distruzione mirato. Ma no, preferiamo i film, quelli in cui siamo contemporaneamente vittime, colpevoli, detective e pubblico pagante.
La verità è che reagiamo troppo e troppo in fretta. È un riflesso condizionato, dove c’è un problema e una reazione. Un dubbio, una risposta. Un errore, uno sfogo. E mentre noi rincorriamo ogni piccolo inciampo come se fosse un affronto personale, i nostri strumenti non ci restituiscono mai la stessa energia. Non si offendono, non insistono, non interpretano. Si scusano. Riprovano. Ricominciano.
Perfino quando l’errore è nostro.
A volte mi manca una bella telefonata vera, di quelle imperfette, con le pause sbagliate e i sospiri lunghi, dove qualcuno dall’altra parte capisce poco e niente ma almeno è lì, vivo, presente. Quelle chiamate che ti liberano anche se non risolvono nulla, perché in fondo lo sfogo lo facevi più per te che per la linea. Gli strumenti, per quanto educati, non ti concedono questo lusso. Ti aiutano, ti calmano, ti supportano, ma non ti restituiscono il rumore umano che a volte serve più di una risposta esatta.
E allora mi chiedo se tutta questa compostezza digitale finirà per contagiarci. Se impareremo anche noi a non reagire subito, a lasciare un secondo di spazio tra ciò che accade e ciò che diciamo, a contenere il nervosismo invece di offrirgliela vinta ogni volta. Magari un giorno ci comparirà nella testa quella scritta di ChatGPT quando non vuole trascurare nulla: sto pensando per rispondere meglio.
Ecco, se c’è un aggiornamento che vorrei davvero installare nella mia vita, è proprio questo.
