Mattino, solito giro al parchetto con il cane, continue soste tecniche – più o meno comprensibili –  che mi hanno però costretta a fissare il prato. E cosa spicca lì in mezzo? Una custodia rosa e delle asticelle nere.  Era il kit completo della disgrazia: cellulare acceso, occhiali da vista pure firmati e carta di credito. Una scena che, se la racconti, sembra costruita male ma poi ti viene un coccolone immediato se pensi che potrebbe succedere a te (oh: non ho la custodia e neppure rosa…)

Mi fermo, guardo intorno, cerco di capire se nei dintorni ci fosse un essere umano dall’aria disperata o almeno un cane somigliante a quello che compariva nella schermata del telefono. Niente. Il deserto, o meglio, il classico parchetto pieno di gente che pensa ai fatti propri, che è una versione urbana del deserto ma con più guinzagli.

A quel punto porto tutto a casa. Prima chiamata a quel cellulare, non rispondo. Per prudenza, per diffidenza, per quell’istinto moderno che ti fa pensare che dietro ogni numero sconosciuto ci sia una truffa, un sondaggio, o peggio qualcuno che vuole proporti un nuovo contratto luce e gas

Poi però interviene figlio2, che evidentemente nella vita ha già capito qualcosa che a me ogni tanto sfugge, e mi dice che forse dall’altra parte non c’è il male, ma una persona che sta cercando di capire in che mani sia finito il suo telefono. Tradotto: prova a rispondere, magari non sono tutti delinquenti.

Rispondo.

Dall’altra parte percepisco subito quel tono da “oddio grazie”, quel sollievo istantaneo di chi ha appena smesso di immaginare il peggio. Spiego che non sono la proprietaria del cellulare, che ho trovato tutto, che è al sicuro. Ci accordiamo in un attimo per la consegna dal fiorista da cui era partita la chiamata.

Perfetto. Esco di casa e mentre torno verso la zona passeggiata-cane comincio a costruirmi il film. Non un colossal, per carità. Una scenetta dignitosa. Una persona che mi aspetta, un grazie vero, due parole, magari anche un po’ di imbarazzo reciproco, che è sempre un buon segnale perché vuol dire che almeno due esseri umani si stanno riconoscendo come tali. Giuro, ma mentre andavo mi è persino passato per la testa questo pensiero idiota e bellissimo: e se poi mi si butta al collo? Se è così felice che mi abbraccia? Forse lo farei anche io…

Ecco. Arrivo. E chi trovo? Il fiorista. E un caffè pagato. La proprietaria del telefono se ne era andata, incurante di chiedermi i riferimenti

Fine della storia. Sipario. Titoli di coda. Nessun abbraccio, nessuna faccia sollevata, nessuna scena da “per fortuna esiste ancora qualcuno normale”. Solo una consegna in differita e una consumazione lasciata lì, come si fa con i pacchi o con il resto.

Ora, lo so benissimo che fare la cosa giusta non significa aspettarsi una medaglia. E no, non sto dicendo che avrei voluto inchini, lacrime o una targa del Comune. O magari fiori, visto che eravamo proprio lì…

Perché il punto non è il caffè. Il punto è che si è persa una bella occasione. Una di quelle piccole, rarissime occasioni in cui la vita ti mette davanti una scena semplice semplice:. Insomma tu hai trovato qualcosa di importante, io l’avevo perso, ci incontriamo, ci guardiamo, ci diciamo due cose, e per cinque minuti il mondo è un posto un po’ meno scostante del solito. Invece no. Tutto risolto in modalità ritiro rapido.

Probabilmente sbaglio io, che penso sempre a cosa avrei fatto al posto degli altri. Io sarei corsa, sarei arrivata trafelata, mi sarei ripresa gli occhiali come se mi avessero restituito la vista, il telefono come se mi avessero restituito la mattinata, la carta di credito come se mi avessero evitato due ore di blocchi, numeri verdi e bestemmie trattenute. E soprattutto sarei rimasta lì un momento. Per dire grazie guardando in faccia la persona.

Ma forse sono antica io, o forse continuo ostinatamente a pensare che dentro i gesti piccoli ci sia ancora qualcosa di grande. insomma, missione compiuta, oggetti restituiti, coscienza a posto, scena madre saltata. E alla fine va bene anche così, solo che continuo a pensare che la gentilezza non stia solo nel restituire qualcosa, ma anche nel fermarsi un attimo a riconoscerla quando la si incontra. La mia mamma me lo diceva sempre che se fai del bene non devi aspettarti nulla, però ci resti male lo stesso

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