Quando devo sintetizzare disordine e confusione, uso spesso un’esclamazione: “Che Vietnam!”. Una sintesi perfetta rubata tanti anni a un mio collega che forse non c’era mai stato.

Io ci sono stata, finalmente, e non per accertarmi che l’espressione fosse corretta (e lo è!) ma perchè tra le corse che mi piace fare, c’è anche quella di accompagnare gruppi di inarrest-abili, ovvero la definizione più vicina e simpatica per chiamare i meno-abili che vogliono viaggiare.

Ci sono Paesi che ti invitano con un sorriso e altri che ti incuriosiscono, di cui hai sentito tanto parlare, che almeno una volta non puoi non aver visto. Il Vietnam appartiene alla seconda categoria. Non ti offre vie di mezzo, ti chiede subito se hai voglia di giocare sul serio.

Ed è per questo che la scelta non poteva che ricadere sugli Inarrest-abili, che descrive bene chi non si accontenta di restare fermo, anche quando il mondo sembra divertirsi a piazzarti ostacoli davanti. Non disabili, non diversamente abili, non etichette, ma semplicemente Inarrest-abili, con quel trattino che sembra un inciampo ma in realtà è il loro slancio.

Perché in Vitnam i marciapiedi non servono a camminare, ma servono a parcheggiare motorini, a vendere noodles o a giocare a dama. L’arte vera è arrangiarsi in mezzo, con fiumi di moto che ti sfrecciano attorno come in uno slalom, ma che soprattutto ti suonano come se stessero per tamponarti anche se è mai successo.

Poi c’è il cibo. Ogni piatto una sorpresa, più che sapori sembravano prove di coraggio. Croccante, molle, viscido, scivoloso. Un morso era una sfida, il successivo un applauso. Qualcuno diceva che bastava chiudere gli occhi, altri giuravano che fosse tutto questione di consistenze e non di gusti. Io intanto osservavo gli Inarrest-abili che affrontavano anche questo come se fosse un altro marciapiede incasinato, con la stessa determinazione con cui si affronta una corsa al bagno quando il peperoncino decide di farsi sentire.

E in mezzo a tutto questo i paesaggi. Risaie che sembrano disegnate a mano, templi e pagode come se non ci fosse un domani (anche meno andava bene uguale) e traffico, dove Napoli risulta un paesino sperduto nelle valli sperdute. Per necessità ho ceduto a un passaggio notturno in moto a cui ho fatto una lezione alla guida di parolacce italiane per tutti gli incidenti mancati tra una frenata e l’altra (per magia, non ci sono mai incidenti).

Ti guardi intorno e non sai mai se scattare una foto o chiudere gli occhi e sperare che passi il momento. È il Paese dei contrasti, e gli Inarrest-abili ci sguazzano dentro, pronti a qualcosa di sempre più sfidante.

Alla fine di giornate così, stanchi ma sempre con il sorriso, capisci che la soddisfazione non è solo quella di aver visto un Paese lontano. È averlo fatto insieme, ciascuno con i suoi tempi, i suoi modi, le sue invenzioni per superare ciò che sembrava insormontabile. Il bello è proprio lì, nella somma delle differenze che diventano un gruppo unico. Perché se riesci a goderti il Vietnam in questa maniera, allora sì, sei davvero Inarrest-abile, ma loro sempre più di me!

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