Ogni anno guardo scorrere la giornata contro la violenza sulle donne sperando che serva davvero a qualcosa, fosse anche solo ad accendere una lampadina a chi non sapeva di avere il buio accanto. Poi mi ritrovo a pensare che, se esistesse un modo per dividere la violenza in scaffali ordinati, servirebbero più corridoi di quelli di una biblioteca nazionale. C’è quella evidente, quella che riconosci senza bisogno di didascalie, quella che ti piomba addosso con una brutalità che non dovrebbe appartenere a nessun essere umano. La vedi negli occhi e nelle voci delle donne che la raccontano, e lì non c’è nulla da interpretare.

E poi c’è tutto il resto, la parte sotterranea, nascosta, educata, che non si vede nelle foto delle campagne né nei servizi del telegiornale, quella che non urla e non spinge ma scava meglio di chi urla e spinge.

Nel frattempo gli uomini si tracciano la guancia con il segno rosso, un gesto semplice, a volte sentito, a volte un po’ di circostanza, ma che nella sua semplicità è comunque un modo per dire “ci sono, o almeno ci provo”. Meglio una partecipazione imperfetta che un’indifferenza elegante.

Poi arrivano le testimonianze, quelle che iniziano con un “non avevo capito che fosse violenza” e finiscono con un “adesso sì, purtroppo lo so”. E la domanda spontanea è come sia possibile non accorgersene, finché non ricordi che quando sei dentro qualcosa che ti toglie aria poco alla volta, non senti il momento esatto in cui inizi a respirare meno. È come quando ti abitui a una luce diversa nella stanza: ti accorgi del cambiamento solo quando qualcuno apre la finestra.

C’è poi la categoria più numerosa, quella delle donne che non sanno ancora di esserlo, vittime. Non perché non comprendano, ma perché la violenza verbale è un mestiere antico travestito benissimo da cura, protezione, attenzione. È fatta di frasi dette con calma chirurgica, con il tono neutro di chi sembra ragionare, con un mezzo sorriso che serve esattamente a confondere.

È la violenza di chi dovresti poter abbracciare senza prendere precauzioni, quella che arriva una goccia alla volta. Una rinuncia oggi, una spiegazione domani, una piccola correzione dopo domani. Comincia con un “sei stanca, oggi resta a casa”, che suona premuroso, e piano si trasforma in un “quella tua amica non ti fa bene”, poi in un “sei troppo sensibile, non volevo dire quello”, poi in un “hai capito male anche stavolta”, poi in un “io ci sono sempre, dovresti accorgertene”, e infine in un “non provocarmi, perché poi tu stai male”. La cosa incredibile è che a un certo punto inizi a chiedere scusa anche per i pensieri, come se qualcuno li avesse intercettati e giudicati.

E tutto questo si muove dentro l’orbita dei figli, che diventano motore, freno, scusa, responsabilità, confine morale. Sono l’argomento perfetto per rallentare ogni decisione, per rimandare, per restare un altro mese, un altro anno. E lui lo capisce molto prima di quanto tu riesca ad ammetterlo, e ci si accomoda sopra con la sicurezza di chi sa che “lei non se ne andrà, ci sono i bambini”. Una convinzione che non ha bisogno di essere detta, perché la percezione del rischio è già sufficiente a tenerla ferma.

E così resti, non per ingenuità né per mancanza di coraggio, ma per quell’istinto di protezione che alle donne riesce da sempre con una precisione quasi artigianale. Resti per evitare un male maggiore, per mantenere un equilibrio che appare fragile solo da fuori, per tenere insieme i pezzi mentre aspetti che la giornata finisca e che, forse, domani vada meglio. Resti un altro po’, poi un altro ancora, e senza quasi accorgertene il “solo per adesso” ha riempito anni interi, come quelle valigie che continui ad aggiustare anche se vorresti solo abbandonarle sul pavimento.

Finché qualcosa non succede davvero, anche se a volte non ha la forma dell’evento decisivo che immagini. È più simile al risveglio lento dopo un’anestesia, quando non sai esattamente dove sei, ma ti sorprende la sensazione di stare un po’ meglio di quanto credevi possibile. Non è un salto, è un affiorare. È un ritorno graduale a te stessa, un po’ confuso e un po’ incredulo, ma reale. Una specie di aria nuova che si infila da una fessura minuscola e che, proprio perché minuscola, riesce ad attraversarti senza farti crollare.

Per alcune questo risveglio diventa movimento, una ricomposizione lenta ma ostinata, non sempre elegante ma finalmente autentica. Per altre resta solo un pensiero, un’ipotesi, un “forse” che osservano nelle vite di chi ci è già passato. Non perché manchi la volontà, ma perché la forza non risponde agli ordini, arriva quando decide lei, come un fenomeno atmosferico che puoi prevedere ma non comandare.

Eppure qualcosa possiamo farlo, tutti e tutte. A volte basterebbe instillare un dubbio, uno soltanto, niente di clamoroso, come una frase gettata con cura, un’osservazione detta con delicatezza, un “ti sembra normale?” pronunciato senza giudizio. Una goccia che non va a riempire l’ennesimo vaso sbagliato, ma che cade finalmente in quello giusto, quello che non trabocca in silenzio ma comincia a svuotarsi piano.

La verità è che le violenze silenziose vivono benissimo nell’indifferenza altrui, si nutrono di “non mi riguarda”, crescono nei “saranno fatti loro”, prosperano nei “ma loro sembrano una coppia perfetta”. E infatti uno dei modi migliori per indebolirle è proprio romperle il silenzio attorno.
Non servono interventi eroici né confidenze forzate, basta essere presenti, attenti, un po’ meno delicati nel girarsi dall’altra parte e molto più delicati nel restare. Una parola giusta, un dubbio offerto con rispetto, un piccolo spazio dove lei può respirare senza sentirsi osservata.
A volte la salvezza non arriva da un grido: arriva da un sussurro che dice “io ci sono”.

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