C’è una cosa molto pericolosa nel leggere il libro di un’amica, perché invece di leggere, fai la caccia al tesoro. Qui c’è lei… questo lo direbbe proprio così… questa esclamazione la riconosco… questa frase l’ha sicuramente scritta con quella faccia lì. Insomma, più che una lettrice, all’inizio sembravo un RIS dell’amicizia.

Con Burattinai mi è successo subito. Ho ritrovato certi modi di dire, perfino gli sbuffi di Grazia, anche se con il nome di battesimo non la chiamo mai. Sembrava quasi che me lo stesse dettando. Non le ho mai chiesto di leggerlo prima e sono contenta di non averlo fatto ma le chiedo spesso da dove prenda ispirazione per i suoi personaggi. Domanda inutile,  perché quando impari a conoscerla capisci che non deve andare lontano. Lei guarda, ascolta, registra, probabilmente archivia anche quello che tu dici mentre pensi di non stare dicendo niente. Grave errore, soprattutto con lei. Così, leggendo, mi sono chiesta: chissà cosa ci avrà messo di me, chissà in chi si sarà rivista lei.

Sono domande scivolose, lo so. Ma quando un romanzo tocca temi che non stanno solo sulla pagina, succede. E Burattinai, sotto la forma del giallo, mette le mani proprio lì, dove lo sporco non è sempre visibile, dove non basta pulire, dove forse bisogna bonificare (capirete perché). Le Lavandaie funzionano già dal nome. Sembrano quasi una cosa domestica, e invece no. Entrano dove qualcuno ha lasciato macchie che non vengono via con un giro di straccio e due buone intenzioni. Anche perché le buone intenzioni, in certi casi, sono detersivo scaduto.

Il libro è un giallo, certo (aridaje con i colori!). C’è un’indagine, una squadra, un caso. Ma la cosa che mi è rimasta più addosso è la formula dolce con cui tratta il tema pesantissimo della manipolazione, del controllo, della violenza sottile. E poi i fili che qualcuno tira mentre qualcun altro pensa ancora di muoversi da solo. Tema pericoloso. Nelle mani sbagliate diventa subito predica, manifesto, manuale di auto-aiuto travestito da romanzo.

Qui il tema arriva piano. Senza lampeggianti. Il libro ti fa entrare dal giallo, ti porta dietro ai personaggi, ti fa annusare la città. E intanto ti mostra i fili, con un gesto, una frase, una piccola stonatura, facendoti venire il sospetto di farne parte. 
Il manipolatore non arriva già impacchettato, con l’etichetta al collo e il foglietto illustrativo. Magari. Sarebbe tutto più semplice e avremmo risparmiato parecchie telefonate iniziate con “forse sono io che esagero”.

No. Viene fuori a pezzi. E quei pezzi li devi cucire tu. Perché non sempre c’è la scena madre, non sempre c’è il gesto clamoroso. Più spesso c’è una realtà spostata di poco. Un millimetro alla volta. Una frase che ti fa dubitare di quello che hai visto. Una colpa rimessa nelle tue mani con tale eleganza che quasi verrebbe da applaudire, se non fossi tu quella finita nel trucco.

Burattinai racconta questo senza urlarlo. Ti accompagna, non ti strattona. Ti lascia arrivare. Ti lascia anche il tempo di non arrivare subito. Perché non sempre si arriva subito, e non sempre si arriva da sole. Hai bisogno di cucire tutti i pezzi e poi usare quella forbice che sapevi benissimo dove era, ma che solo in quel momento sei pronta a usare per tagliare i fili.

E poi c’è una scena che mi ha fregata, sì, fregata. Non dirò quale, perché sarebbe come indicare il punto esatto in cui bisogna emozionarsi. Dico solo che arriva senza fare la scena madre. E lì, per un attimo, tutto quello che il libro aveva tenuto insieme — i fili, le donne, lo sporco, la fatica di vedere — smette di essere trama e diventa una cosa molto più semplice e ti restano abbastanza vicine da farti capire dove hai lasciato le forbici e quando usarle.

Poi c’è il finale, urgente, stuzzicante, poco accomodante. Le Lavandaie, evidentemente, hanno ancora parecchio da fare, e anche noi, temo, non siamo proprio a posto con il bucato.

I fili, quando li riconosci, non spariscono per magia, però smettono di comandare e da lì, finalmente, puoi ricominciare a muoverti da sola non appena ti accorgi dove sono le forbici.

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