La chiamo teoria dell’elastico perché sembra una cosa raffinata, mentre in realtà è solo il risultato di molte maschere viste reggere, cedere, scivolare, spezzarsi.
È una teoria poco scientifica e molto quotidiana, di quelle che impari quando smetti di raccontarti che “no, dai, questa volta è diverso”.
L’elastico è quello che tiene su la maschera di chi ti circonda. Può essere teso, rigido, pronto a saltare al primo strappo, oppure morbido o talmente ben regolato da permettere alla maschera di salire e scendere con una grazia che quasi commuove. In certi casi è così efficiente che ti convinci che quella non sia una maschera, ma proprio una faccia. È lì che l’elastico fa il suo lavoro migliore.
Il punto non è accorgersi che qualcuno indossa una maschera, perché i segnali ci sono sempre, solo che li ignoriamo con una dedizione ammirevole. Il punto è trovare il coraggio di scavare sotto. Perché scavare significa prepararsi a restare delusi e la delusione non piace a nessuno. È molto più comodo restare in superficie, annuire, adattarsi, far finta che tutto torni, anche quando non torna da nessuna parte.
Scavare sotto una maschera è un atto poco elegante, non è educato, non è comodo, non è privo di conseguenze. Significa accettare che sotto potresti trovare qualcosa che non ti piace, o che non è all’altezza della storia che ti eri raccontata. E significa anche accettare che, in alcuni casi, sarai tu ad accelerare la caduta, con una domanda fuori posto, un silenzio tenuto troppo a lungo, o semplicemente smettendo di sorreggere l’elastico per quieto vivere.
La grande delusione arriva quasi sempre così, senza effetti speciali. Non è un crollo teatrale, è una presa d’atto. Ed è lì che succede una cosa interessante perché invece di diventare più cinica, diventi più attenta. Talmente attenta da riconoscere subito il nodino dell’elastico, quello minuscolo, laterale, che se lo sfiori appena ti dice tutto. Non per farlo saltare con cattiveria, ma per capire se sotto c’è una persona o solo una costruzione ben tenuta.
A quel punto cambia anche il tuo desiderio. Non vuoi più maschere che reggono benissimo, rapporti lisci, persone impeccabili. Vuoi autenticità, anche quando è scomoda, anche quando è incoerente, anche quando ti costringe a rivedere le tue aspettative. Preferisci una verità che fa male a una finzione che funziona. È una scelta poco romantica, ma estremamente pratica.
E per chi pensa di non potercela fare, di non essere pronta a reggere quello che succede quando smetti di credere alle maschere, la teoria dell’elastico ha una risposta abbastanza chiara: non serve essere forti, serve essere disposte a sapere. Perché spesso la fatica non è vedere la maschera cadere, ma continuare a fingere di non notarla mentre ti consumi a sostenerla.
Quando l’elastico cede, non perdi qualcosa di vero, perdi solo l’illusione che ti permetteva di restare ferma. E sì, all’inizio fa male. Ma è un dolore onesto, finalmente proporzionato. E soprattutto ti restituisce una cosa che la maschera non ti dava più, la possibilità di scegliere se restare, andare, o semplicemente guardare meglio.
L’autenticità non è una carezza ma è una presa d’aria. E dopo aver respirato davvero, diventa molto difficile tornare sotto una maschera, anche se l’elastico era comodo.
