Ci sono giornate che non si capisce se passano in fretta o non passano affatto. È il paradosso dei congressi.

Arrivi alle nove del mattino convinta di avere tutto il tempo del mondo e un attimo dopo sono le quattro del pomeriggio, ma allo stesso tempo ti sembra di essere lì da tre giorni. Una specie di bolla temporale dove il tempo scorre e non scorre, si dilata e si restringe, tutto insieme, senza logica ma con una certa coerenza narrativa.

L’effetto-fiera fa il resto. Niente finestre, solo corridoi, moquette spugnosa, rimbombi continui e quella strana capacità dei centri congressi di farti girare in tondo fino a ritrovarti puntualmente nello stesso punto, magari davanti alla stessa colonnina igienizzante. Un girone dantesco molto ben organizzato.

Poi ci sono le sacche. Gigantesche. Piene di tutto e del suo contrario. I congressisti ci infilano dentro cataloghi spessi, penne che non useranno mai, power bank che si scaricano dopo dieci minuti, mini bottigliette d’acqua, brochure di aziende che faranno finta di ricordare, caramelle con una carta rumorosissima. E niente pesa quanto una sacca congressuale dopo sette ore di passaggi nei corridoi.

L’assalto al buffet è un’altra scena che vale sempre il biglietto. Si parla di medici di altissimo livello, gente che ogni giorno decide trattamenti complessi e gestisce emergenze vere. Eppure quando esce la pasta fredda in scodelle di plastica, vedi brillare negli occhi quella scintilla primordiale. Il tutto con un certo tono, certo, mica siamo al villaggio turistico dove in costume siamo tutti uguali. Ma basta guardare bene e quel microscatto verso le focaccine tradisce un’umanità meravigliosa.

Poi ci sono i fatti di tutti. Io, per esempio, mentre seguivo una giornata di lavori, monitoravo anche la pappa della neonata di un’altra, le gomme da neve da cambiare di un altro ancora, e le temperature della casa di mezza platea. Nel frattempo osservavo approcci più o meno eleganti di ex colleghi ritrovati, abbracci sinceri, e il classico fumo nelle orecchie di chi è evidentissimo che non si sopporta. Piccole delizie antropologiche.

E non mancano mai quelli che approfittano dell’istituzionalità del contesto per piantare semi di carriera. Li riconosci subito, basta fare attenzione ai sorrisi misurati, alle frasi calibrate, al presenzialismo di qualità. Ogni congresso ha almeno tre persone che stanno vivendo la loro “fase uno” della scalata. Non sempre funzionerà, ma loro ci credono fortissimo.

A un certo punto arriva anche il cambio di presidenza. Improvvisamente gli schieramenti si ricompongono, i sorrisi cambiano appartenenza, nascono nuove alleanze, si allentano quelle vecchie. È un balletto leggero e silenzioso, ma se osservi bene è uno dei momenti più intensi del congresso.

Il punto è che i congressi sono un diversivo meraviglioso. Una parentesi dove il lavoro, la vita personale e la commedia umana si incastrano in modo così naturale che quasi non te ne accorgi. E credo sia anche un talento molto italiano. All’estero sono rigorosi, composti, silenziosi. Poi arriviamo noi e, in qualche modo imperscrutabile, trasformiamo tutto in qualcosa di più caldo, più divertente, più nostro.

E forse è proprio questo il segreto. Non è il congresso a essere interessante. Siamo noi che, anche nei posti senza finestre, senza aria e senza uscita, riusciamo comunque a rendere tutto sorprendentemente vivo.

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